4 novembre, un secolo dalla fine della Grande Guerra. Nicosia, il monumento ai caduti

4 Novembre 1918. Vabbè, ormai è da quattro anni circa che ci fanno la testa un pallone per questa data e oggi finalmente è giunta: 100 anni fa, con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, finiva per l’Italia la Prima Guerra Mondiale. Per l’Italia Unita rappresentò la prima vittoria sul campo internazionale e la quarta guerra di indipendenza che portò all’annessione di Trento e di Trieste ancora sotto il giogo dell’Impero Austroungarico. Il conflitto era nell’aria già all’indomani della capitolazione della Francia nel 1870 e con l’unificazione dell’Impero Tedesco. Da quella data molto si è mosso in Europa e i sentimenti nazionalisti e revanscisti si fecero sempre più acuti e potenti. Persino l’arte e l’intellighenzia dell’epoca aspirava ad un conflitto come “sola igiene del mondo” (si pensi al manifesto Futurista). Non aiutava di certo neanche la delicata situazione balcanica con un Impero ottomano sempre più debole e spolpato dall’Austria Ungheria e dal piccolo stato Serbo che “rompeva le scatole” volendo dominare quella regione ormai in totale sfacelo.

Il Novecento si apriva anche con un parterre di alleanze che praticamente mettevano la pace su un filo di rasoio: da una parte la Triplice Alleanza tra Austria-Ungheria, Germania e Italia, un’alleanza un po’ stramba e molto discussa in cui si trovavano contemporaneamente due soggetti, Austria-Ungheria e Italia, che fino a qualche anno prima erano l’uno contro l’altra e ancora l’Italia aspirava all’Austria i territori che poi otterrà alla fine del conflitto mondiale, dall’altro lato la Triplice Intesa con Francia, Inghilterra e Russia (diciamo che anche Francia e Inghilterra, dopo essere state nemiche per un bel periodo ed averci fatto preoccupare con Fascioda, si trovavano assieme). Senz’ombra di dubbio fu anche una “sciarra” familiare in quanto il re d’Inghilterra con il Kaiser Tedesco e lo zar Russo erano cugini. Ma aldilà della famiglia, fu una guerra totale che coinvolse quasi tutti gli stati della Terra (tra madrepatrie e colonie) e da qui bene l’appellativo di guerra mondiale. Tutto cominciò con la “scusa” dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per opera di Gavrillo Princip, un studente serbo che mai si sarebbe immaginato di vedere il proprio nome nella storia tanto odiato quanto dimenticato alla stregua di un Pilato nel Credo. La serie di Alleanze (la Serbia protetta dalla Russia) e i vari rancori, assieme a tutto il retroterra sovra descritto, esplosero in questo immenso conflitto che si presumeva durare poco ma che invece durò fino al 1918, ben 4 anni.

L’Italia, come la storia ci ha abituato, al solito fece quello che le riusciva meglio: stare molto fedelmente ai patti, talmente fedelmente da farne altri. I patti di Londra del 1915 fecero “miracolosamente” (per non dire “dietro corruzione”) entrare il nostro Paese a fianco dell’Intesa. Episodi e luoghi geografici sono ormai entrati nella mente di tutti (Monte Grappa, Piave, Caporetto solo per citarne alcuni). Fu una guerra sanguinosa e per l’Italia, in numero assoluto di vittime, fu la più sanguinosa. Cosa resta di tutto ciò? Praticamente tutto perché la storia del ‘900 è tutta nata in conseguenza di quella guerra e di quello che ha portato. La geografia politica, nonché la politica stessa, sono diretti discendenti da quei quattro anni. Ma come al solito, ben poco abbiamo imparato dal giocare con il fuoco.

Spostiamoci dal moralismo alla concretezza locale. A Nicosia a testimonianza perpetua di quei giorni resta il monumento ai caduti sito in Viale Vittorio Veneto (luogo oggi ribattezzato in onore delle vittime di Nassiriya, un tempo Santa Maria di Gesù). La statua è stata realizzata dallo scultore Pietro Piraino  e rappresenta l’idealizzazione nazionalista della Vittoria e della fierezza dei soldati che nonostante i dolori e le difficoltà non demordono e, per la Patria, combattono fino all’estremo sacrificio. Aldilà della retorica che oggi potrebbe essere indicata coma “fascista”, la ricchezza dei popoli sta nella loro diversità e nella loro peculiare storia. La difesa del proprio dna storico e di tradizioni non è qualcosa di “nemico” o retrogrado ma il semplice voler affermare l’appartenenza ad una comunità che ha vissuto in comune una storia diversa da tutte le altre comunità. È troppo chiedere il rispetto di queste identità? Se sì… a voi la conseguente risposta.

Alain Calò

 

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