5 novembre, Buon compleanno San Felice !

5 Novembre. Auguri San Felice di buon compleanno!

Il nostro santo compatrono oggi compie la veneranda età di 303 anni. E ora sì che possiamo dare qualche notizia storica sopra di lui.

Siamo agli inizi del ‘700 lontani dai moti rivoluzionari e dal progresso tecnico e industriale che avrebbero contraddistinto sia questo che il successivo secolo. Siamo anche all’interno della “periferia della Storia” che è l’entroterra siciliano. In questo contesto storico, abbracciato dagli eterni monti Nebrodi e dalle Madonie, nacque a Nicosia Filippo Giacomo Amoroso (questo il nome secolare del nostro Santo), figlio del calzolaio Filippo Amoroso e di Arcangela La Nocera, una coppia semplice e umile che, come molte al tempo, cresceva i propri figli a “pane e religione”. Ma una coppia che, purtroppo (la storia regala sempre un “purtroppo”) non durò a lungo in quanto quando il giovane Filippo Giacomo compì tre anni perse il padre e quindi l’intera famiglia, privata del pater familias (non dimentichiamo che nel ‘700 tale figura era estremamente importante), crebbe tra grandi sacrifici. Ma, nonostante le grandi difficoltà, il nostro futuro Santo riuscì a tirare avanti grazie anche alla forza d’animo della madre, figura senz’altro fondamentale per la sua vita terrena e religiosa. Divenuto ragazzo iniziò a frequentare la bottega del calzolaio Giovanni Ciavirelli, luogo in cui soffriva, e non poco, non tanto la fatica del lavoro materiale, quanto il linguaggio scurrile e non certo ortodosso che veniva usato in quell’ambiente (a furia di crescere a “pane e religione” anche la salute spirituale aveva dei bisogni da soddisfare). Un luogo quindi, spiritualmente borderline (usiamo questa espressione moderna tanto per ritornare ogni tanto al presente), ma fu proprio lì che si compì quel primo miracolo che le agiografie ma ancor più la tradizione gli attribuiscono e cioè la riparazione, mediante il semplice passaggio del proprio dito bagnato di saliva, di un pezzo di cuoio distrattamente tagliato da un suo collega apprendista che, come lui orfano di padre, dava da mangiare alla propria famiglia grazie a quel lavoro: un gesto quindi di pietas verso l’ultimo e il bisognoso (qui si potrebbe ricamare tutto un discorso teologico… ma noi continuiamo nel nostro racconto). Il lavoro di calzolaio, seppur condotto con dovizia e diligenza (stando a quanto si racconta) tanto da divenire un lavoratore “di punta” di quella bottega e che quindi avrebbe potuto portare un guadagno accettabile, non era la strada di Filippo Giacomo che, nonostante il problema di essere analfabeta (in quel periodo abbondavano), voleva ardentemente entrare in convento. Dopo un’attesa lunga anni, tale richiesta venne esaudita con l’ammissione nel convento di Mistretta. Ed è in questo momento che il nostro Filippo Giacomo entra veramente nella storia con il nome di Fra Felice, nome datogli in onore di Fra Felice di Cantalice.

E dopo un anno dall’ammissione si ebbe il ritorno a Nicosia. Sembra quasi di poter aggiungere “e vissero tutti felici e contenti”, ma il nostro vero racconto comincia proprio da qui. Perché è da qui che inizia percorso del Santo nostro compatrono. Fra Felice, infatti, cominciò subito la propria missione in cui il suo acme era la misericordia e la carità verso i poveri, visitando le case dei ricchi per la questua diretta ai poveri e quindi andando  nelle catapecchie per prestare conforto agli ultimi. Umile fino all’osso, amava paragonarsi ai muli da soma (caricato dalla, sempre presente in ogni raffigurazione, bisaccia) e sopportava qualsiasi rifiuto, problema, burla e scherno che provenivano anche e soprattutto dai propri confratelli e dal Padre Superiore (Padre Macario)  riconducendo il tutto alla frase “Sia per l’amore di Dio”. Una frase che lo rende tutt’oggi celebre e che lo accompagnò per tutta la lunga vita terminata il 31 maggio 1787.

Sono diversi i miracoli attribuiti a Fra Felice, dalle “classiche” guarigioni (anche di intere comunità quale quella della vicina Cerami) fino ad episodi anche a volte inusuali (riaccendere una candela da lontano, resuscitare una colomba morta, raccogliere dell’acqua con un paniere). Questi aneddoti aiutano a dar vita a un culto ben radicato sulla persona del frate sin dalla sua morte. Un culto riconosciuto dalla Chiesa e che culmina nel 1888 con la beatificazione, da parte di papa Leone XIII (1878-1901), e la successiva canonizzazione, da parte di papa Benedetto XVI (2005-2013), nell’ottobre del 2005 (qualche giorno fa, infatti, ne abbiamo ricordato l’evento in un articolo precedente).

Alain Calò

 

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