Enna, un successo la presentazione del corto della regista Maria Catalano

Laerte Mira, corto ufficialmente presentato settimana scorsa presso Al Kenisa, bar letterario di Enna e una tavola rotonda animata dai protagonisti e da chi, con impegno, convinzione e devozione ha reso possibile la realizzazione di questo sogno: questi i due elementi basilari ma perfettamente combinati che hanno reso la presentazione un momento unico di confronto, analisi ed autoanalisi.

Laerte Mira è uno di quegli esperimenti, come definito dalla stessa regista Maria Catalano, al suo esordio dietro la macchina da presa, sicuramente coraggiosi e ben riusciti. Il coraggio deriva dal fatto di voler presentare, quasi in termini metaforici, uno stato d’animo che, se non debitamente controllato e gestito, potrebbe rischiare di sfociare nella psicosi, con immagini nitide, pulite intervallate da immagini forti, dirette, che non lasciano spazio all’immaginazione e presentano la violenza senza edulcoranti o inutili giri di parole.

Una serata di quelle che lasciano il segno, una tavola rotonda con pochi fronzoli ma tanti contenuti espressi dai partecipanti incalzati e guidati dalla moderatrice Alessandra Maria che ha voluto focalizzare l’attenzione sui temi presentati nel corto con uno sguardo lucido e attento all’attualità e a “quel sentirsi donna” che, calato nella nostra società, può diventare elemento di analisi e discussione.

Emozionatissima la regista Catalano che ha regalato al pubblico momenti intensi raccontando il punto di partenza da cui, poi, si è sviluppata l’idea della realizzazione del corto: la propria esperienza personale, quelle domande inquiete che, purtroppo, accomunano molte donne e la necessità, quasi avvertita come urgenza, di una reazione, di una rivalsa per non lasciare prevalere quella paura che limita la libertà e l’azione.

Interessante e pregna di spunti la disamina della giornalista Livia D’Alotto, autrice del corto, assieme a Maria Catalano, che ribadisce la necessità di fare un passo indietro, ritornare al punto originario del problema ed interrogarsi su quali motivazioni possano indurre un essere umano ad agire volontariamente e deliberatamente per limitare la libertà di un altro essere umano.

Bravissimi gli attori protagonisti Dario Di Dio e Adriana Di Dio chiamati ad interpretare rispettivamente il carnefice e la vittima, due mondi opposti e paralleli separati da una paura metaforica il cui superamento immaginario e reale costituisce, alla fine, la vera e unica vittoria possibile. Intervistati durante la tavola rotonda, hanno espresso le proprie emozioni e sensazioni scaturite dalla personificazione di personaggi controversi, particolari e detentori di valori e disvalori universalizzati.

A fare da contraltare ai protagonisti una coppia, i coniugi Alongi, ad incarnare l’opinione pubblica ma, allo stesso tempo, la noncuranza e quel “non ti curar di loro ma guarda e passa” tanto comune, purtroppo, a chi crede che i problemi non lo riguardino mai in prima persona.

Un confronto dibattito asciutto, diretto e con ampio spazio lasciato agli interrogativi reso ancora più omogeneo ed uniforme dagli interventi della psicoterapeuta e sessuologa Sibilla Giangreco che definendo il lavoro un’opera metaforica si è soffermata sul quadro generale dei protagonisti, l’aspetto fobico del personaggio femminile e quello negazionista e privo di ogni forma di empatia del personaggio maschile e dell’importanza di un’opera educativa che parta dalle scuole attraverso un’opera di prevenzione intesa come educazione alla differenza di genere.

Un esperimento, quello della regista Catalano, ma soprattutto un veicolo di messaggi positivi, un lavoro che va visto, commentato, analizzato per interrogarsi su delle realtà che, purtroppo, esistono e non devono e non possono essere eluse; perché la paura è ancestrale, spesso salvavita ma, nel caso in cui dovesse prendere il sopravvento al punto da limitare la libera azione, condurrebbe al fallimento peggiore per un essere umano.

Francesca Tremoglie

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