Mafia dei Nebrodi, il sindaco di Troina scrive al presidente Mattarella

Con una lettera inviata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il sindaco di Troina, Fabio Venezia, denuncia ancora una volta gli atti criminosi della mafia dei Nebrodi. Il primo cittadino di Troina da quattro anni vive sotto scorta dopo aver denunciato gli affari illeciti della mafia. Ma non vede in queste sue azioni alcun spiraglio e soluzione. Il sindaco paragona le figure mafiose nebroidee a quelle delle cosche calabresi per i metodi intimidatori che continuano, nonostante denunce ed arresti, a tenere nei confronti delle popolazioni oneste del territorio.

Sono pronto a scrivere anche al Ministro dell’Interno Matteo Salvini – dichiara Venezia che in caso di mancata risposta delle istituzioni “senza alcun intento polemico o atto di codardia, ma con grande dignità e rispetto, consegnerò con rassegnazione al Prefetto la fascia tricolore che ho avuto l’onore di indossare in questi difficili anni rappresentando la mia comunità e rassegnerò le mie dimissioni da sindaco”.

Questo il testo integrale inviato a presidente Sergio Mattarella:

Egregio Presidente,

chi Le scrive è il sindaco di Troina, un piccolo Comune nel cuore della Sicilia. Per cercare con profondo senso del dovere di riportare la legalità sui Nebrodi e nel mio territorio ho ricevuto minacce e intimidazioni; più volte ho denunciato, con forza e convinzione, gli affari illeciti della mafia, annullando gare d’appalto, licenziando dipendenti che non hanno fatto il proprio dovere, accompagnando imprenditori a denunciare e sottraendo migliaia di ettari di terreni demaniali dalla gestione di famiglie contigue alla criminalità organizzata. Per anni hanno, infatti, lucrato indisturbate ottenendo ingenti fondi europei destinati all’agricoltura.

Ormai da quattro anni sono costretto a vivere sotto scorta, rinunciando alla mia libertà personale, in un contesto di grandi privazioni. Privazioni che, purtroppo, si ripercuotono anche sulla mia famiglia e sui miei due bambini, di quattro e tre anni. Nei momenti più drammatici e di tensione, come nei giorni successivi all’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, per il grande sconforto e la paura, Le confesso che è maturato in me il pensiero di lasciar perdere tutto. Ricordando poi le parole del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ho deciso di non mollare per continuare a «guardare più serenamente negli occhi i miei figli e i figli dei nostri figli».

Dopo anni di dure battaglie, serrate indagini, innumerevoli denunce, controlli straordinari, numerosi arresti, diverse confische di beni pensavo che si sarebbe arrivati ad una svolta. Svolta che, purtroppo, stenta ad arrivare, anzi la realtà ci spinge a guardare al futuro con un certo pessimismo, quasi con rassegnazione. La recente assegnazione di un lotto di terreni demaniali sottratti a seguito di interdittiva antimafia ad una cooperativa di giovani del luogo aveva creato nei mesi scorsi un certo entusiasmo sulla possibilità di valorizzare il nostro immenso patrimonio boschivo coinvolgendo forze imprenditoriali fresche e sane del territorio. Entusiasmo che è subito scemato nei giorni scorsi, quando abbiamo scoperto, informando immediatamente l’autorità giudiziaria, che alcuni dei soggetti raggiunti da interdittiva prefettizia antimafia continuano a far pascolare senza alcun titolo i propri armenti nei boschi di proprietà del Comune di Troina e gestiti dall’Azienda silvo-pastorale. Sono gli stessi metodi delle ‘ndrine calabresi, che esercitano l’oppressione mafiosa nel loro territorio facendo pascolare indisturbate le loro “vacche sacre” nei terreni della povera gente. Tali incresciosi fatti non solo rischiano di vanificare gli esiti della battaglia di legalità che ha permesso negli anni scorsi, a costo di non pochi sacrifici, di sottrarre migliaia di ettari di demanio dalla gestione di soggetti legati o contigui alla criminalità organizzata, ma rappresentano un vero e proprio schiaffo alle istituzioni e allo Stato.

Il clima pesante e insostenibile che attualmente si respira e la solitudine con cui conduco in questi ultimi mesi questa dura battaglia che sembra non avere fine, mi spingono a rivolgermi a Lei, signor Presidente, lanciando un ultimo e accorato grido d’allarme che spero possa essere ascoltato. In caso contrario, senza alcun intento polemico o atto di codardia, ma con grande dignità e rispetto, consegnerò con rassegnazione al Prefetto la fascia tricolore che ho avuto l’onore di indossare in questi difficili anni rappresentando la mia comunità e rassegnerò le mie dimissioni da sindaco.

In attesa di un Suo riscontro, l’occasione è gradita per porgere i più cordiali e ossequiosi saluti.

Il Sindaco

Sebastiano Venezia

 

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