Terzo venerdi di novembre: il Padre della Misericordia

Oggi è “il” giorno per Nicosia. È inutile inerpicarsi in elucubrazioni e mirabolanti giri di parole per presentarlo. Perché non c’è nessun Nicosiano che non rivolga quest’oggi la propria attenzione a quel prezioso crocifisso, il Padre della Misericordia, che è custodito nella basilica di Santa Maria Maggiore e a cui è legato il celebre miracolo del 1626. E dato che dobbiamo “almanaccare” ecco a voi la storia che le fonti, la tradizione e la fede ci hanno cristallizzato e consegnato a 392 anni di distanza. Era il 1626, Nicosia, importante centro dell’entroterra siciliano, vedeva il culmine di una forte epidemia di peste che era arrivata a Palermo il 7 maggio 1624 portata da una nave proveniente da Tunisi (per favore non ditelo a Salvini!). Là a Palermo c’è la figura del “saponaro” Vincenzo Bonelli e quindi tutta la storia che porta in auge la Santa di Palermo, ovvero Santa Rosalia. A Nicosia le cose furono più o meno simili, quasi un fil rouge che collega le due realtà. Quindi, dato che siamo nicosiani, concentriamoci sulla nostra realtà.

Nicosia aveva già pianto la morte di ben 9.000 abitanti, che era una percentuale da spavento. E la paura, ovviamente, era forte e dilagante. Dobbiamo anche comprendere che il fatalismo e il “castigo di Dio” era ancora vivo nella mente delle persone e non un qualcosa del medioevo. E quindi forse la parola chiave per comprendere il contesto è “disperazione”. Disperazione perché la peste, come una livella, non risparmiava nessuno, né ricchi né poveri, né uomini, né donne, né bambini. Tutti accomunati in questo fatal destino. Anche gli uomini di fede, considerati quasi dei supereroi a quei tempi, dovettero cedere al morbo. E la storiografia ci riporta i nomi di tre religiosi distintisi per le loro opere di conforto e di ausilio ai malati. E seppur oggi, pur avendo i loro nomi, queste persone sono ormai alla stregua dell’ignoto, ci piace ricordarli, magari lanciando l’input per dedicargli una via, una targa o una statua:  Padre Bonaventura Bellagamba di Nicosia, il Venerabile Fra Michelangelo Camerino anch’egli di Nicosia e Fra Brunello di San Fratello. Sembrava tutto perduto. Usando un termine tecnico della narrazione, potremmo dire di essere arrivati ad una sorta di spannung. Ma poi Dio, in barba a quello che possiamo immaginarci come una figura vendicativa e castigatrice, ha mostrato se stesso nella più alta forma della Misericordia.

Una verginella del locale monastero di Santa Cristina ebbe una visione. Quasi un azzardo, perché in quella apparizione vi era una richiesta di totale affidamento a Dio, portando in processione il crocifisso in cartone romano del Padre della Misericordia per liberare il paese dalla peste. Ora capite bene che tutto ciò era una follia totale in quanto ben sappiamo come la peste si trasmetta facilmente tramite le vie aeree. Chissà cosa avranno pensato i membri del clero e del Senato locale sentendo il racconto di quella verginella. Ascoltare o no? Quell’aut aut kierkegaardiano, come un moderno Abramo che si vedeva chiesto di uccidere l’unico figlio. E come Abramo prima e Kierkegaard poi, l’affidamento c’è stato. Il tuffo nella fede e quindi l’assenso alla processione che, giunta nel locale lazzaretto, sprigionò i suoi effetti.

Una scrosciante pioggia proruppe (non scordiamo che quell’anno fu molto siccitoso, dando quindi un plus alla proliferazione della peste). I malati guarirono e la peste fu debellata. Una versione del miracolo implica anche una benedizione effettuata dal Crocifisso ai presenti.

A testimoniare l’evento, a parte la forte tradizione che ha portato il ricordo fino ad oggi, un dipinto dietro il Crocifisso e una lapide con scritta latina la cui traduzione è la seguente. “DIO ONNIPOTENTE MISERICORDIOSO – Questo grande medico di Nicosia, come la stessa città costantissima si offre testimonio di tanta virtù presso tutto il mondo, mentre nell’anno 1626, afflitta dal veleno della peste e priva già di circa novemila uomini, avvertita da celeste devozione, portava attorno a questo sacro simulacro, con entusiasmo di popolo e solenne intervento dei due cleri, sedò questo morbo esiziale e restituì del tutto ristorata la salute a queste genti, il 20 novembre, giorno di Venerdì. Per la qual cosa, memori di tanto singolare beneficio, stabilirono di celebrare solennemente, ogni anno ex voto il 3’ Venerdì di quel mese, il Senato e il Popolo nicosiano.”

Questa la storia. Sicuramente è molto positiva la recente presa di posizione da parte del consiglio comunale di conferire un contributo a tale festa. Perché questa è una festa tota nostra. Una festa particolare perché festa del ringraziamento. Non quindi quelle a cui recentemente e sempre più spesso siamo abituati a vivere, ovvero momenti in cui non si fa altro che chiedere e non ci si accontenta di ciò che si ha. Ecco, festa quindi anche di riflessione. Uno stacco dalla routine frenetica. Uno stacco da una società che ci vorrebbe massa e ridotti al più nero nichilismo con la morte dei valori e delle nostre tradizioni. Una festa che travalica il credo e che diventa baluardo di Nicosia, paese che non si arrende e che rivive la sua nobiltà e la sua storia attraverso i secoli grazie a questi eventi di grande importanza. Questa rubrica nasce e vive soprattutto per questi giorni. Con uno scopo, direi, teleologico, ovvero comprendere la ricchezza che Nicosia possiede. Quella ricchezza che la società vorrebbe farci vedere come una colpa, relegato ad un paese “senza futuro” (per come vorrebbero farci passare). Senza capire che i senza futuro e i vinti sono in realtà coloro che abbandonano il passato e le proprie origini.

Alain Calò   

 

 

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