I vescovi italiani alzano la voce contro quella che definiscono una vera e propria condanna a morte delle aree interne del Paese. Con una lettera aperta sottoscritta da 139 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati, la Chiesa italiana contesta duramente il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, accusando il documento di configurarsi come un invito al “suicidio assistito” di questi territori.
La missiva, consegnata all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”, nasce dal convegno annuale dei Vescovi delle Aree Interne tenutosi a Benevento e rappresenta una delle prese di posizione più ferme mai espresse dalla gerarchia ecclesiastica su una questione di politica territoriale.
La critica al Piano Strategico Nazionale
Al centro della protesta episcopale c’è l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale, significativamente intitolato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. Secondo i prelati, questo approccio equivale a “mettersi al servizio di un suicidio assistito” dei territori, accettando passivamente il destino di aree considerate ormai compromesse demograficamente.
Il Piano Strategico, infatti, stabilisce che “la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive”, relegando le aree interne a un ruolo di mera gestione del declino. Un approccio che i vescovi definiscono non solo miope dal punto di vista politico, ma anche dannoso per l’intera Nazione.
La presenza capillare della chiesa
I firmatari della lettera, guidati dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e dall’arcivescovo di Benevento monsignor Felice Accrocca, rivendicano il ruolo della comunità ecclesiale come “una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale”.
Questa presenza non si limita alla dimensione spirituale, ma si concretizza in iniziative concrete: dall’attivazione di reti di infermieri e operatori sociosanitari di comunità ai servizi di taxi sociale, dalla valorizzazione delle risorse locali per favorire occupazione e imprenditorialità agli interventi finanziati con i fondi dell’8xmille.
Anche Caritas Italiana sta avviando un coordinamento nazionale specifico per le aree interne, con l’obiettivo di promuovere la coesione sociale e favorire la “restanza” – la possibilità concreta per le persone, soprattutto i giovani, di scegliere di rimanere e costruire il proprio futuro nei luoghi nativi.
Un cambio di paradigma necessario
La proposta dei vescovi va oltre la mera critica e delinea un vero e proprio cambio di paradigma. Chiedono di “ribaltare la definizione delle aree interne”, superando la visione puramente quantitativa basata sulla lontananza centro-periferia per abbracciare una narrazione qualitativa che valorizzi le storie, la cultura e la vita di questi luoghi.
Le soluzioni concrete proposte includono: incentivi economici e riduzione delle imposte per favorire il controesodo, soluzioni di smart working e co-working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità e telemedicina.
Il rischio ambientale e culturale
La lettera evidenzia come l’abbandono delle aree interne non rappresenti solo una perdita demografica, ma comporti rischi concreti per l’intero territorio nazionale. “Un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura”, avvertono i vescovi, sottolineando il rischio di “nuovi e sempre più vasti disastri ambientali”.
Non meno importante è la perdita del patrimonio artistico-architettonico che fa “dell’Italia intera un museo a cielo aperto”, un danno culturale che andrebbe a impoverire non solo le comunità locali ma l’intera Nazione.
Una richiesta di dialogo
I vescovi concludono la loro lettera con una richiesta di dialogo costruttivo, offrendosi di esporre le proprie riflessioni “frutto di esperienze maturate sul campo” in un confronto sereno con Governo e Parlamento. Un invito che testimonia la volontà della Chiesa di non limitarsi alla denuncia, ma di contribuire attivamente alla ricerca di soluzioni.
La presa di posizione episcopale rappresenta un momento significativo nel dibattito sulle aree interne, portando all’attenzione nazionale una questione che tocca milioni di italiani e migliaia di comunità sparse su tutto il territorio. La sfida ora è vedere se le istituzioni sapranno raccogliere questo appello per un “diverso sguardo” su territori che, nelle parole dei vescovi, “dove la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore”.
