Pelè, il mito compie 80 anni, oltre 1000 gol e tre mondiali vinti

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Il mito Pelè compie 80 anni, oltre 1000 gol e tre mondiali vinti


“Arrivai con la speranza di poter fermare un grande giocatore, ma alla fine mi resi conto di essere stato battuto da qualcuno che non era nato nel nostro stesso pianeta”. Si sbaglia Costa Pereira, portiere del Benfica, quando, dopo la sconfitta per 5-2 della sua squadra contro il Santos, parla di Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé. Si sbaglia perché quel fenomeno dai piedi fatati -entrambi-, capace di coniugare tecnica e abilità atletiche, intelligenza e velocità, è nato sulla terra, il 23 ottobre del 1940, per la precisione. O Rei – il re, appunto- festeggia, lui che se ne intende di vittorie, ottant’anni.


Nato a Tres Coracoes, in Brasile, come nelle più belle favole, l’attaccante più forte che il mondo abbia conosciuto – numeri alla mano – inizia a giocare a calcio con un calzino arrotolato e un mango perché non ha abbastanza soldi per comprarsi un pallone e arriva a diventare il Pallone d’Oro Fifa del secolo. Ma la sua storia merita di essere raccontata perché c’è molto altro. Figlio dell’ex calciatore Dondinho, che termina la sua carriera prima del tempo a causa di un infortunio al ginocchio, Pelé a cinque anni è costretto a trasferirsi con la sua famiglia a Bauru, dove gioca nella squadra dilettantistica e in cui viene scoperto, a quindici anni, da Waldemar de Brito, che orbita nella nazionale brasiliana e che lo convince a fare un provino per il Santos.



Dopo una stagione nelle giovanili della squadra brasiliana a cui Pelé dedica la vita calcistica, approda in prima squadra. E’ il 7 settembre del 1956 e la Perla Nera debutta nell’amichevole contro il Corinthias de Santo André e segna: un predestinato. Un predestinato che a soli sedici anni si laurea capocannoniere del Campionato Paulista e viene convocato in Nazionale. Anche qua, il brasiliano, a tre mesi dal suo diciassettesimo compleanno, bacia l’esordio con una rete, nonostante la sconfitta dei suoi contro gli eterni rivali dell’Argentina.


Con la Seleçao, Pelé continua la sua parabola ascendente con la vittoria dei Mondiali in Svezia del 1958, in cui infrange numerosi record: è il più giovane calciatore ad aver giocato una partita della fase finale della Coppa del Mondo, è il più giovane marcatore nella storia della Coppa del Mondo, ed è quindi anche il più giovane giocatore ad aver vinto la Coppa del Mondo. Ma non gli basta e in finale si regala una doppietta e uno dei più grandi gol nella storia dei Mondiali: un pallonetto a superare il difensore che lo marca e poi un tiro al volo preciso.


E’ il primo trofeo internazionale della storia dei verdeoro, che bissano il risultato quattro anni dopo in Cile, ma senza l’apporto del numero dieci infortunatosi durante la seconda gara, e in Messico, nel 1970, in finale con la nostra Italia in cui O Rei, neanche dirlo, sigla il primo dei quattro gol dei verdeoro. Il Sunday Times lo omaggia con un titolo che rimarrà nella storia: “Come si scrive Pelé? D-I-O”.


In mezzo, gli sfortunati Mondiali in Inghilterra del ’66 in cui si infortuna al ginocchio dopo una brutta entrata, nella prima partita contro la Bulgaria, di un difensore avversario. Torna per la terza partita contro il Portogallo, ma la storia si ripete e il Brasile, privato del suo miglior giocatore che zoppica in campo, esce ai gironi.


Torniamo al Santos. La classe indiscutibile del numero dieci carioca non passa inosservata oltreoceano. Per l’attaccante arrivano offerte astronomiche da Real Madrid, Juventus e Manchester United, ma è l’Inter con Angelo Moratti a spuntarla nel 1958. Il passaggio a Milano, però, non si concretizzerà mai: un tifoso del Santos, appresa la notizia, aggredisce il presidente brasiliano e costringe Moratti a stracciare il contratto firmato con il più grande calciatore di sempre. Tre anni più tardi, il governo del Brasile dichiara Pelé ‘Tesoro nazionale’ e ogni suo probabile trasferimento non è più neanche immaginabile.


Nel 1974, dopo diciannove stagioni con la maglia dei Peixe, dieci titoli paulisti, cinque Taça Brasil (il corrispondente passato del campionato brasiliano), tre Tornei Rio-San Paolo, una Taça de Prata, due Coppe Libertadores, due Coppe Intercontinentali e una Supercoppa dei Campioni Intercontinentali e, ancora, 647 gol segnati in 655 presenze, con una media di quasi una rete a partita, Pelé si ritira dal calcio. Tre anni prima ha già detto addio al suo Brasile: è il 18 luglio del 1971 quando O Rei dice basta ai verdeoro. Con loro disputa 92 partite, totalizzando 67 vittorie, 14 pareggi e solo 11 sconfitte, ma soprattutto è il miglior cannoniere della Nazionale di sempre con 77 gol e una media di 0,837.


A dirla tutta, però, la sua voglia di calcio ancora non è finita. Un anno più tardi, viene ingaggiato dai New York Cosmos, squadra della North American Soccer League. L’obiettivo del proprietario del club, che assieme a Pelé si accaparra anche Carlos Alberto, Beckenbauer e il nostro Chinaglia, è quello di lanciare il calcio in America del Nord. Anche negli States, la stella del calcio illumina e viene eletto MVP nel ’76, un anno prima di appendere definitivamente e per sempre le scarpette al chiodo.


E’ il primo ottobre del 1977 e Edson Arantes do Nascimento saluta il mondo del calcio con un’amichevole tra le sue due uniche squadre. Al Giants Stadium è tutto esaurito e le ultime immagini di Pelé con la palla tra i piedi vengono trasmesse nelle televisioni di 38 Paesi. A vincere, quella partita storica, è il Cosmos per 2-1, con una rete di Pelé, ovviamente, che il primo tempo gioca con la casacca degli statunitensi, per poi passare nelle fila del Santos. A stravincere, invece, è sempre lui: quell’uomo non tanto alto, ma veloce e potente come nessuno.


Quell’uomo che è una leggenda ancora oggi, a ottant’anni: Calciatore del Secolo per la Fifa, per il Comitato Olimpico Internazionale e per l’International Federation History & Statistics, Pallone d’Oro Fifa del secolo e anche onorario, 1281 reti in 1363 partite. Quell’uomo che è anche Patrimonio storico-sportivo dell’umanità. “Pelé ha giocato a calcio per ventidue anni e durante quel periodo ha promosso l’amicizia e la fraternità mondiali più di qualunque ambasciatore”, dice l’ambasciatore brasiliano presso l’Onu, J.B. Pinheiro, ruolo che dal 1992 ricopre anche lo stesso O Rei.


Protagonista di film, autobiografie, documentari, colonne sonore, videogiochi, firma anche una legge come ministro che riduce la corruzione nel calcio brasiliano. Pelé da anni lotta per l’educazione dei giovani contro l’uso di sostanze stupefacenti, contro le discriminazioni razziali e sessuali dentro e fuori il rettangolo di gioco. Quindi, come si scrive Pelé?

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