Cresce l’allarme attorno alla gestione delle misure di tutela per gli imprenditori che hanno denunciato estorsioni mafiose e fenomeni corruttivi in provincia di Enna. In un contesto che resta segnato da una persistente presenza criminale, emergono orientamenti volti a ridimensionare o revocare le protezioni, anche in presenza di quadri di rischio non completamente superati.
Negli ultimi anni, quelle denunce hanno inciso su interessi mafiosi strutturati, contribuendo a operazioni e processi importanti contro Cosa Nostra ennese. Un’esposizione che, per sua natura, non può ritenersi automaticamente esaurita con il solo trascorrere del tempo.
La storia dei fenomeni mafiosi insegna che la capacità intimidatoria e ritorsiva non segue logiche lineari né scadenze amministrative.
A rendere il quadro ancora più delicato è il mutato contesto criminale. In questo periodo, tanti personaggi “socialmente pericolosi” sono tornati in libertà in provincia di Enna, elemento che riattualizza in modo oggettivo il rischio nei confronti di chi ha collaborato con la giustizia.
Questo, secondo osservatori qualificati, dovrebbe indurre a una valutazione prudente e rafforzativa delle misure di tutela, non al loro ridimensionamento. Le misure di tutela erano state disposte a seguito di minacce concrete e di un riconoscimento formale dell’elevata pericolosità del contesto.
Leggere l’assenza di episodi recenti come attenuazione del rischio rischia di produrre una distorsione evidente: quell’assenza può essere, ed è spesso, l’effetto diretto della protezione stessa. Un principio ampiamente noto nelle analisi di sicurezza. Il punto, dunque, non riguarda singole decisioni amministrative, ma l’impostazione complessiva.
Una riduzione delle tutele in questa fase storica rischia di trasmettere un messaggio ambiguo a chi ha scelto di denunciare: l’idea che la protezione sia temporanea e revocabile anche in presenza di un contesto criminale tutt’altro che neutralizzato.
Le conseguenze vanno oltre i singoli casi. Secondo ambienti impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata, un simile approccio può incidere negativamente sull’intero movimento antiracket, scoraggiando nuove denunce e indebolendo la fiducia nella capacità dello Stato di garantire una tutela concreta e duratura a chi rompe il muro dell’omertà.
La tutela degli imprenditori che denunciano non è soltanto una misura di sicurezza individuale, ma uno strumento essenziale di politica antimafia. Indebolirla proprio mentre mutano in senso peggiorativo gli equilibri criminali sul territorio – e la provincia di Enna in questo momento è al centro di dinamiche criminali pericolosissime imposte in larga parte da Catania e dal clan Santapaola – significa assumersi una responsabilità che va valutata con estrema attenzione, perché in gioco non c’è solo la sicurezza di pochi, ma la credibilità complessiva dell’azione dello Stato contro le mafie.
Josè Trovato
