Quelle porte si apriranno ma la nostra normalità non sarà più la stessa

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Oggi abbiamo ricevuto e divulghiamo un contributo per la nostra rubrica “Al tempo del corona” speditoci dalla nostra lettrice Laura Maccarrone.  Lei è un’insegnante di un istituto scolastico nicosiano e vive, come tanti colleghi, la difficoltà di organizzare quotidianamente per i suoi allievi la didattica a distanza. Ma il suo contributo ci offre anche interessanti spunti di riflessione, su quanto possiamo osservare da dietro le nostre finestre durante questa quarantena e su quale sarà la normalità che riconquisteremo quando finalmente le porte si potranno riaprire, quando le misure restrittive diventeranno solo un brutto ricordo.

Ecco cosa ci scrive:

<<Mi sono sempre dilettata ad osservare le persone, i loro volti, le loro azioni, i motivi che li spingono ad agire, le loro storie e le esperienze di vita vissuta.
Ora, dall’isolamento forzato, l’unica finestra sul mondo sono i social. I social che sono lo specchio della società, seppure filtrati da quello schermo che in qualche modo ci protegge ma ci dà la tanta decantata libertà di espressione che non possiamo esercitare pienamente nel mondo reale.

Osservo, in questi giorni, una grande solidarietà tra perfetti sconosciuti. Il timore, l’incertezza per il futuro rende alcuni più empatici verso il prossimo. Si vive distanti eppure uniti da quel sentimento che ci affligge nella nostra quotidianità. La paura del domani, la paura di non poter rivedere i nostri cari, la paura della morte, vista non più come un numero sui bollettini che escono puntuali alle 17:00 ma che ci circonda e si avvicina sempre di più alle nostre case. La paura che ci spinge a cercare l’altro quasi fosse un’ ancora di salvezza. Le canzoni sui balconi che cercano di esorcizzare le immagini, imprese nei nostri cuori, dei convogli di Bergamo che portano via le salme di persone che noi non conosciamo personalmente ma che sono diventati ‘i nostri morti’.

La paura unisce, ci rende solidali. Il branco protegge i propri appartenenti anche in natura. Eppure porta anche la diffidenza, il timore dell’altro, visto come pericolo non più come il docile vicino di una volta. Osservo la rabbia, la frustrazione di essere incapaci di affrontare un nemico invisibile che ci divora mentre languiamo nell’inattività dell’attesa. Noi, abituati a non fermarci mai, a non soccombere alla fatica ci ritroviamo immobili e incapaci di uscire dal tunnel.
Osservo da quella finestra sul mondo nascosta dietro lo schermo, la necessità di addossare la colpa di questo flagello a qualcuno. Magari gli immigrati… loro, che fuggono per sopravvivere verso un mondo che ora si ritrova a sperare nella sopravvivenza.

Leggo post che aizzano odio. Odio in questo momento in cui il mondo si è fermato, in cui tutte le certezze vengono messe in discussione? Osservo anche questo dalla mia finestra, nascosta dalla fievole luce del salone e lo scintillio della TV che accesa ci porta a pensare che tutto ciò è la normalità. Forse odiando riusciremo a farci forza? A sentirci ancora una volta vincenti? Ad affermare che seppure stiamo male la colpa non è la nostra, noi siamo le vittime. Le vittime dell’altro.

E non potendo trovare “il colpevole” puntiamo il dito verso coloro che sono per noi gli altri. I non appartenenti alla nostra comunità, stretta per la prima vota a proteggersi per sopravivere.

Vedo dalla mia finestra, chi ancora nega che il COVID-19 sia un pericolo per l’umanità. Chi afferma che sia semplicemente una influenza. Chi, ha paura che l’economia, quel dio denaro che ci comanda a bacchetta, possa subire un tracollo. Chi ancora rassicura la popolazione sulla normalità di questa pandemia per far sì che ci riprendiamo la nostra normalità con prosopopea.

Vedo ragazzi spaventati che corrono per tornare a casa, perché tra le mura di casa si esorcizzano le nostre paure ataviche. La lontananza rende più buia la notte. Da questa finestra osservo giovani che, con il senso tipico della giovinezza, si sentono invincibili, che continuano la loro vita, incuranti dei rischi per loro e per la collettività. Il sentimento di “tanto a me non succede nulla” che è anche quello un”arma di difesa, uno scudo che ci protegge dalla morte che invece incombe ovunque, dietro l’angolo, fra le mura di casa, al supermercato. È lì, silenziosa invisibile, pronta a colpire senza preavviso. Vedo la storia che si ripete, la caccia all’untore. La denuncia del vicino, la voglia di giustizia, una giustizia sommaria, in piazza, con punizione dura.

Osservo il mondo della scuola che si affanna a rincorrere una didattica che deve essere portata avanti a tutti i costi per salvare l’anno. Un anno che non può essere salvato perché quest’anno ci ha sconvolti, disorientati. Il voto, la scheda da compilare perché il ministro lo impone.

Vedo, però, da quella finestra aperta che ci porta nelle case delle persone, che i ragazzi hanno paura, hanno perso la normalità, la routine che la didattica a distanza non gli può ridare. Hanno per la prima volta preso coscienza della morte. La morte che non è più lontana ma qui dietro le nostre porte, dietro le finestre aperte sul mondo che sembra avvolto da quella nebbia che vediamo solo nei film.

Vedo coloro che credono in Dio, pregare, ne hanno bisogno perché solo quel dio in cui credono gli può dare la speranza. La speranza di ritornare alle vite di tutti i giorni, fatte di appuntamenti, spesso mancati, corse verso la quotidianità che ci rende ciechi, incuranti del mondo che ci circonda, di affetti e amicizie di cui ci ricorderemo quando finalmente si apriranno le porte delle nostre case e potremo chiudere, per un po’, quest’unica finestra sul mondo che oggi ci permette di mantenere uno sguardo sul mondo esterno.

Perché quelle porte si apriranno ma la nostra normalità non sarà più la stessa. La nostra anima è stata turbata da questo sentimento di impotenza che ci ha attanagliato per settimane, mesi. La nostra normalità sara post apocalittica mentre riprenderemo a toccarci, a stringerci la mano a sentire quella umanità che per ora viviamo dallo schermo di questa finestra sul mondo ferito.>>

#AlTempoDelCorona

#DistantiMaUniti

Ringraziamo Laura Maccarrone per il suo contributo e invitiamo chi voglia condividere proprie esperienze o riflessioni legate alla quarantena a scriverci all’email direzione@telenicosia.it spedendoci testo e /o video e allegando due fotografie.

 


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Maria Teresa La Via

Maria Teresa La Via, giornalista nata a Nicosia, attuale direttore di TeleNicosia

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