Russiagate, a Roma Fbi passò informazioni top secret ad autore dossier anti Trump

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Russiagate, a Roma Fbi passò informazioni top secret ad autore dossier anti Trump


di Marco Liconti



Non tutte, ma molte strade portano a Roma nella vicenda Russiagate. L’indagine sui presunti legami (mai provati) Trump-Russia, ora denominata Spygate nella contronarrativa repubblicana che punta a dimostrare un complotto del ‘Deep State’ americano ai danni del presidente Usa, ha più di un punto di incrocio nella Capitale. Roma è stata teatro non solo dell’incontro alla Link Campus University tra i protagonisti de Russiagate, Joseph Mifsud e George Papadopoulos, ma come emerge dagli ultimi sviluppi in corso a Washington, anche di un altro incontro, altrettanto rilevante: quello tra un team dell’Fbi e una ‘confidential human source’, nel gergo del Bureau ‘C.H.S.’, una ‘fonte umana confidenziale che, al pari dell’incontro Mifsud-Papadopoulos, fu di fondamentale importanza per condurre l’indagine contro Trump.


E’ dell’altro giorno la notizia riportata dall’Adnkronos che il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Lindsay Graham, fedelissimo del presidente Usa, ha chiesto di interrogare una serie di funzionari del dipartimento di Giustizia e dell’Fbi ai tempi dell’inchiesta contro la campagna dell’allora candidato repubblicano Donald Trump. Molti dei convocati sono indicati con la loro funzione, ad esempio ‘supervisory special agent 1, case agent 1? e via dicendo, per non rivelarne l’dentità. Tra quelli citati per nome e cognome, spicca la figura di Kieran Ramsey, ex attaché legale dell’Fbi presso l’ambasciata Usa di Roma.


A rileggere con attenzione il Rapporto pubblicato lo scorso dicembre dall’ispettore generale del dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz, che ha condotto un’indagine interna sull’operato dei funzionari del suo ministero e dell’Fbi nell’inchiesta Trump-Russia, si può forse comprendere perché il Senato Usa sia ora interessato a capire cosa è accaduto a Roma a ridosso delle elezioni presidenziali del 2016. Va ricordato che il Rapporto Horowitz, pur non rilevando una volontà politica di colpire Trump, ha però individuato diversi “errori e negligenze” da parte dell’Fbi nella gestione dell’inchiesta Russiagate.


La chiave del rinnovato interesse per quanto accaduto a Roma è probabilmente alle pagine 114-115 e 386-390 e nelle note 252 e 513 del Rapporto Horowitz. E’ lì che si dà dettaglio di un incontro avvenuto nella Capitale all’inizio di ottobre del 2016, tra un team di agenti dell’Fbi che conducevano l’indagine Trump-Russia (denominata ‘Crossfire Hurricane’) e Christopher Steele, l’ex agente dell’MI-6 britannico, da anni sul libro paga del Bureau in veste di informatore. Tra l’altro, Steele aveva collaborato in passato con il Bureau nell’indagine sulla corruzione dei vertici della Fifa e su altre vicende di corruzione legate alla Russia e all’Ucraina.


Per comprendere meglio la vicenda, occorre fare un passo indietro. Innanzitutto, il ruolo di Steele. L’ex 007 inglese era stato incaricato a giugno 2016 di assemblare un dossier anti-Trump. Committenti del dossier, attraverso la società Fusion Gps, il Democratic National Committee e la campagna di Hillary Clinton. Poche settimane dopo che Steele aveva iniziato a raccogliere materiale per screditare Trump, il 31 luglio, l’Fbi aveva ufficialmente dato il via all’indagine ‘Crossfire Hurricane’ sui presunti legami tra la campagna di Trump e la Russia.


‘Scintilla’ dell’indagine, secondo le conclusioni contenute nel Rapporto del procuratore speciale Robert Mueller che in seguito accorpò sotto di sé l’inchiesta dell’Fbi, era stata la scoperta che dopo un primo incontro alla Link Campus University di Roma nell’aprile del 2016, il misterioso professore maltese Joseph Mifsud aveva riferito all’allora consulente della campagna di Trump, Geroge Papadopoulos, che la Russia aveva materiale “sporco” su Hillary Clinton, sotto forma di migliaia di email hackerate.


L’Fbi venne a sapere dell’offerta di Mifsud a Papadopoulos perché quest’ultimo ne aveva poi parlato successivamente, durante un incontro in un bar a Londra, con il diplomatico australiano Alexander Downer. A sua volta, Downer, dopo che le prime email hackerate del Democatic National Committee vennero pubblicate da Wikileaks, allertò il suo governo, che a sua volta allertò l’Fbi. Fin qui, quanto registrato ufficialmente nel Rapporto Mueller che, come è noto, non ha potuto dimostrare alcune legame diretto e coordinato tra la campagna di Trump e Mosca per danneggiare la candidata democratica Hilalry Clinton.


Prima dell’avvio ufficiale dell’indagine Fbi sui presunti legami Trump-Russia, però, l”handling agent 1′ dell’Fbi, come viene descritto nel Rapporto Horowitz, identificato dai media come Michael Gaeta, si era incontrato a Londra con Steele. Esattamente, il 5 luglio. In quell’occasione, Steele presentò all”handling agent 1′ dell’Fbi una prima bozza del suo dossier. Tra le rivelazioni più controverse, poi fatte trapelare in qualche modo alla stampa e pubblicate all’epoca dal sito americano Buzzfeed, c’era il famoso episodio del presunto incontro all’hotel Ritz Carlton di Mosca nel 2013 tra Trump e alcune prostitute russe, nel quale il tycoon avrebbe chiesto alle donne di urinare sul letto nel quale in precedenza avevano dormito Barack Obama e la moglie Michelle. Un’informazione mai verificata, ma che costrinse l’allora candidato Trump a difendersi dall’accusa di essere sotto ricatto dei russi.


L’altro Rapporto finora pubblicato sulla vicenda Russiagate, quello Horowitz, ci spiega alcuni aspetti dell’incontro romano di ottobre 2016, durato circa tre ore, tra Steele e gli agenti dell’Fbi che indagavano su Trump. Il mese prima, a settembre, Steele aveva consegnato gran parte del suo dossier anti Trump all’Fbi. Da quanto emerge, contravvenendo alle regole di assoluta riservatezza che circondavano un’indagine così delicata, gli uomini del Bureau misero Steele – un semplice informatore che per venire a Roma venne pagato 15mila dollari – al corrente degli sviluppi dell’inchiesta. Le informazioni top secret comprendevano intelligence proveniente da un ‘Friendly Foreign Government’, come indicato nel Rapporto, ma facilmente identificabile con l’Australia (attraverso la soffiata di Downer sull’incontro Mifsud-Papadopoulos).


Non solo, dal Rapporto Horowitz emerge anche che gli agenti dell’Fbi presenti all’incontro romano erano a conoscenza del fatto che Steele lavorasse per i democratici per costruire un dossier anti-Trump. Lo stesso Steele informò gli uomini del Bureau che la “candidata” (Clinton) era a conoscenza del suo lavoro. Come era prevedibile, visto che il committente principale di Steele era la Fusion Gps e non l’Fbi, l’ex agente segreto britannico non tenne per sé le informazioni acquisite a Roma. Quando. alcune settimane dopo, alcuni ‘leak’ comparvero sui media, Steele venne scaricato dall’Fbi che smise di usarlo come ‘confidential human source’.


Lo scambio di informazioni tra l’Fbi e Steele non fu a senso unico. L’ex agente britannico informò gli agenti del Bureau degli sviluppi della ‘sua’ indagine contro Trump. Alcune delle informazioni raccolte, spiegò, erano quella che in gergo si definisce ‘raw intelligence’, poco più che chiacchiere non verificate. Non solo, Steele spiegò agli agenti dell’Fbi che la persona che gli aveva passato alcune delle (presunte) informazioni più rilevanti su Trump era possibilmente uno “sbruffone” che forse aveva aggiunto qualche “abbellimento” ai suoi racconti. Un mitomane, insomma.


C’è dell’altro. Quando gli investigatori dell’Fbi eventualmente interrogarono di persona la “fonte primaria” delle informazioni raccolte da Steele, la fonte (il cui nome rimane secretato) lamentò che l’ex agente britannico aveva in gran parte “male interpretato o esagerato” le cose che gli erano state riferite. Tuttavia, queste informazioni, così come le riserve espresse da Steele sul suo stesso dossier, non vennero mai citate nelle richieste di intercettazione presentate dall’Fbi ai giudici del tribunale speciale Fisa (Foreign Surveillance Intelligence Act) per mettere sotto sorveglianza elettronica la campagna di Trump, in particolare il consulente Carter Page. Da quanto emerge, inoltre, la stessa Cia bollò le conclusioni del dossier Steele come poco più che “chiacchiere raccolte da Internet”.


Ce n’è abbastanza, sembra, perché il presidente della Commissione intelligence Graham voglia vederci chiaro. Di qui, la richiesta di convocazione di alcuni dei protagonisti di quell’indagine e di quell’incontro romano. Non c’è dubbio, poi, che queste ultime rivelazioni non siano sfuggite al procuratore John Durham, che su incarico del ministro della Giustizia William Barr, sta conducendo “un’indagine sull’origine dell’indagine” Trump-Russia. Un procedimento che, a differenza di quello di Horowitz, non ha solo una valenza amministrativa, ma il crisma di una vera e propria indagine penale.


Secondo la contronarrativa della Casa Bianca, il misterioso Mifsud, scomparso dai radar da oltre due anni, non era un “agente russo”, ma un ‘asset’ dell’Fbi e della Cia, manovrato con l’aiuto di servizi alleati, per incastrare Trump. E’ nell’ambito di questa indagine, che Barr e Durham la scorsa estate sono stati due volte in visita a Roma per incontrare i vertici dell’intelligence italiana, che hanno però ripetutamente negato qualsiasi ruolo nella vicenda.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Adnkronos.



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Redazione TeleNicosia.it fondata nel luglio del 2013. La testata è iscritta al Tribunale di Nicosia al n° 2/2013.

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