Sanità. Anziana di 91 anni a Enna costretta al privato: “Il Paradiso può attendere, ma la sanità no”

Ospedale Umberto I Enna
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Una pensionata di 91 anni di Enna, che vive con appena 8.000 euro lordi l’anno, è costretta a rivolgersi alla sanità privata per curare i forti dolori alle ginocchia, perché i tempi di attesa del pubblico risultano incompatibili con le sue condizioni di salute e di età. Dopo una visita ortopedica a pagamento, in cui le viene praticata un’iniezione antinfiammatoria e consigliata una radiografia, la famiglia tenta il percorso ordinario tramite il CUP di Enna.

Allo sportello arriva però la prima doccia fredda: la prima data utile per l’esame radiografico è fissata a tre mesi di distanza, mentre in un laboratorio privato lo stesso esame sarebbe eseguibile in giornata, al costo di 81 euro. Una cifra che per l’anziana rappresenta circa un quarto della pensione mensile, ponendola di fronte alla scelta drammatica tra curarsi o preservare il poco reddito a disposizione.

Alla richiesta di una corsia più rapida, l’impiegato del CUP spiega che l’unico modo per ottenere l’esame entro dieci giorni è una ricetta con l’indicazione di “priorità breve” da parte del medico di base. La famiglia torna quindi dal medico curante, evidenziando che la paziente ultranovantenne non è più in grado di lavarsi, vestirsi o mangiare autonomamente proprio a causa del dolore.

Il medico, tuttavia, sostiene di poter indicare la “priorità breve” solo su esplicita indicazione scritta dello specialista, innescando così un cortocircuito burocratico: per accelerare l’esame servirebbe una nuova valutazione specialistica, con altri mesi di attesa. La figura del medico di famiglia viene così ridotta, di fatto, a un mero esecutore di procedure, anziché a un professionista in grado di valutare urgenza e necessità sulla base della storia clinica e del contesto sociale del paziente fragile.

Da questa vicenda emergono interrogativi che vanno oltre il singolo caso: un anziano ultra90enne, esentato dal ticket per reddito e patologie, ha davvero il tempo di aspettare mesi per un esame essenziale o viene spinto verso il privato per non restare senza cure? Può permettersi di destinare il 25% della propria pensione mensile a una radiografia o deve rassegnarsi al dolore e alla rinuncia alla salute?

Si apre anche il tema della legalità fiscale: pagando la prestazione privata con fattura, l’anziana si comporterebbe da contribuente corretto, pur non potendo detrarre nulla dall’IRPEF perché esentata per basso reddito; in alternativa, viene di fatto indotta a scegliere il pagamento “in nero” per risparmiare. Una dinamica che trasforma la debolezza sociale in terreno fertile per la rinuncia ai diritti o per il ricorso a scorciatoie irregolari.

La lettera richiama inoltre il contesto territoriale: la provincia di Enna viene descritta come una delle più povere d’Italia, con una popolazione in rapido invecchiamento e quindi sempre più esposta al bisogno di servizi sanitari accessibili e tempestivi. In un territorio in cui redditi bassi e fragilità anagrafiche si sommano, il rischio è che la sanità pubblica lenta e burocratizzata diventi, di fatto, un servizio per chi può permettersi di attendere o integrare col privato.

Per questo l’autore si rivolge direttamente alla Direzione generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Enna, chiedendo che i responsabili della sanità locale si assumano con “priorità breve” il compito di garantire agli anziani un accesso immediato alle prestazioni necessarie. Il richiamo è chiaro: se il tempo di vita residuo è oggettivamente breve, non può esserlo anche il tempo di risposta del sistema sanitario.

La storia si chiude con un invito esplicito: chi vive situazioni simili è chiamato a far sentire la propria voce, perché casi del genere accadono ogni giorno e rischiano di restare invisibili se non raccontati pubblicamente. Solo una pressione collettiva può trasformare quella che viene definita una “cronaca di una sanità malata” in un’occasione concreta di cambiamento.

 


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