Silvia Romano a Bulo Fulay, Harardhere e Janale: i tre covi somali

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Silvia Romano a Bulo Fulay, Harardhere e Janale: i tre covi somali

(Foto di copertina e nel testo: Adnkronos)


Bulo Fulay, Harardhere, Janale, sarebbero stati questi alcuni dei covi dove è stata via via tenuta sequestrata Silvia Romano, la cooperante italiana rapita il 20 novembre 2018 nel villaggio di Chakama in Kenya e poi subito finita in Somalia nelle mani di Al Shabaab, gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda.


A quanto apprende l’Adnkronos da fonti di Mogadiscio, ci sono prove che la volontaria sia stata nascosta a Janale a lungo, da ottobre 2019 a marzo 2020 (la città venne liberata dopo il trasferimento dell’ostaggio). Poi, nuove tracce la fanno ricomparire a fine aprile, insieme ad altri ostaggi, in una zona impervia tra South West e Jubaland chiamata la foresta degli elefanti, area sotto il controllo dei miliziani jihadisti, tra l’altro di frequente sotto attacco Usa.



Nella notte tra venerdì e sabato, finalmente la svolta: Silvia Romano sarebbe stata accompagnata fuori dalla foresta, in zona ‘libera’ controllata dal governo federale, sulla strada Afgoye-Mogadiscio, dove è scattato il blitz turco-somalo che ha portato alla sua liberazione. Nel corso del blitz sarebbero stati fatti anche degli arresti, ma i sospetti sarebbero già stati rilasciati. In ogni caso, ora sul sequestro e sull’operazione per la liberazione della cooperante italiana – anche per cercare collegamenti che portino a ritrovare gli altri ostaggi nelle mani di Al Shabab – ha aperto un fascicolo anche la procura federale somala, dopo che già l’Alta Corte del South West State era impegnata a indagare sul caso da luglio 2019.


Secondo quanto ricostruirono allora gli investigatori locali, la 24enne italiana sarebbe stata portata subito in Somalia da un gruppo di pirati reclutati e organizzati da Al Qaeda per specifici sequestri politici e sarebbe stata gestita “come ostaggio politico, con lo stesso protocollo adottato per le spie”, passando di mano fra diversi gruppi interni ad al Al Shabab per ragioni di sicurezza.


A ricostruire nel dettaglio i passaggi di mano dell’ostaggio italiano Silvia Romano il rapporto della sezione specializzata anti-pirateria, che l’Adnkronos pubblicò nel novembre 2019, sulla base del quale l’Alta Corte del South West State chiese 23 tra arresti e sequestri di beni nei confronti di altrettanti jihadisti ritenuti coinvolti nel sequestro.


Nel rapporto al presidente dell’Alta Corte del South West, firmato dall’italiano Mario Scaramella, docente alla South West State University e membro onorario della Alta Corte, già assistente del procuratore federale della Somalia nella repressione della pirateria, venivano individuati i componenti della cellula che effettivamente avrebbe rapito la volontaria italiana il 20 novembre 2019: un’unità di pirati specializzata in rapimenti e interna ad Al Shabab che opera nello Stato del Sud west Somalia e in Jubaland. Un gruppo di élite, denominato Amnyat (coinvolto in numerose altre attività criminali e di business illegale), composto da nove soggetti, tutti somali, e da una decima persona, qatarina, responsabile della gestione dell’ostaggio, la cui “base principale” come, emergeva dal rapporto, è proprio a Bulo Fulay, uno dei tre covi dove è stata tenuta prigioniera Silvia.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Adnkronos.



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redazione

Redazione TeleNicosia.it fondata nel luglio del 2013. La testata è iscritta al Tribunale di Nicosia al n° 2/2013.

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