Tassazione, patrimoniali d’Italia da 1920 a oggi, un secolo di gabelle

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Tassazione, patrimoniali d'Italia da 1920 a oggi, un secolo di gabelle


Guerre mondiali, crisi finanziarie, coronavirus. Nelle situazioni che richiedono uno sforzo economico straordinario, i governi italiani sono spesso ricorsi alla tassazione dei soggetti più ricchi. Il primo esempio risale esattamente a 100 anni fa, con la prima guerra mondiale, e con la decisione del governo guidato da Francesco Saverio Nitti di introdurre una prelievo sugli extraprofitti incassati dagli industriali, durante il periodo bellico, per far fronte ai debiti contratti dalla Stato durante la grande guerra. In seguito vengono istituiti altri prelievi, come ‘leve sul capitale’, straordinari e parziali, volti a fronteggiare gli oneri della guerra in Etiopia e degli altri impegni bellici di quegli anni.


Nel 1936 si colpiscono gli immobili (3,5%) a copertura di un prestito forzoso di durata venticinquennale; nel 1937 il capitale delle società per azioni (10%); nel 1938 il capitale delle aziende in forma non azionaria (7,5%).



Pochi anni dopo, nel 1940, per fronteggiare le spese della seconda guerra mondiale, nasce la prima patrimoniale ordinaria italiana. E dopo la guerra bisogna ricostruire il paese, con una nuova patrimoniale. Introdotta nel 1947, resta in vigore fino agli anni sessanta, quando viene trasformata nell’Invim, la tassa sull’incremento di valore degli immobili. Il prelievo doveva, originariamente, accompagnare il cambio della moneta e il censimento dei titoli, in modo da giovarsi dell’emersione della liquidità nascosta.


Nel 1992, con la crisi finanziaria, il governo di Giuliano Amato introduce delle nuove gabelle, con il decreto legge ‘Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica’. Il primo è più famoso è il prelievo forzoso pari al 6 per mille, calcolato sull’ammontare dei depositi bancari, libretti postali, conti correnti, certificati di deposito, buoni fruttiferi, in essere alla data del 9 luglio. Il secondo è l’Isi (imposta straordinaria immobiliare), del 2 per mille, sui valori catastali di fabbricati, che di seguito viene innalzata al 3 per mille per i fabbricati diversi dall’abitazione principale.


Nello stesso anno vengono introdotti dei prelievi su alcuni beni di lusso, come imbarcazioni, velivoli, automobili di elevata cilindrata e riserve di caccia e pesca, e sul patrimonio netto di ditte individuali, società ed enti commerciali e non, con aliquota pari al 7,5 per mille. Applicabile, originariamente, solo per il triennio 1992-94, viene prorogato di anno in anno fino alla sua sostituzione, nel 1998, con l’Irap.


Nasce così una sorta di ‘imposta patrimoniale sintetica’, combinando prelievi diversi per struttura, ma analoghi per scopo: colpire la ricchezza nelle sue varie manifestazioni, immobiliare, finanziaria o come beni di lusso. Nel 1993 il posto dell’Isi e dell’Invim viene preso dall’Ici, una patrimoniale ordinaria e settoriale. Il tributo a vantaggio dei comuni grava sul valore catastale dei fabbricati, di aree fabbricabili e terreni; le aliquote sono comprese fra il 4 e il 6 per mille (e anche 7 per mille, in presenza di esigenze straordinarie di bilancio).


Con la crisi del 2011, con il governo di Mario Monti, l’ambito di applicazione dell’imposta di bollo viene innovato per i conti correnti e ampliato ai depositi di titoli e strumenti finanziari, l’Ici-Imu viene riestesa all’abitazione principale, prelievi speciali colpiscono capitali e immobili detenuti all’estero, tributi erariali sono inaspriti o creati ex novo su automobili, aerei e imbarcazioni. Nel 2020 si arriva all’ultima tappa del viaggio, con la proposta di due partiti della maggioranza (Pd e Leu), presentata con un emendamento alla manovra che sta proseguendo il suo iter parlamentare.


Firmato da Nicola Fratoianni (Leu), Matteo Orfini (Pd), e altri 7 componendi dei due partiti di maggioranza, prevede l’introduzione, a partire dal primo gennaio del prossimo anno, di ”un’imposta ordinaria sostitutiva sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500.000 euro derivante dalla somma delle attività mobiliari ed immobiliari al netto delle passività finanziarie, posseduta ovvero detenuta sia in Italia che all’estero, da persone fisiche”. La proposta sembra comunque destinata a naufragare, il governo guidato da Giuseppe Conte ha infatti escluso più volte l’ipotesi di inserire una nuova patrimoniale.

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