Nella sala Miani della Torre Capitania c’è stata, venerdì sera, la conversazione tra Silvano Privitera Silvio Rotondo e Kheit Abdelhafid, l’imam della moschea di Catania, sul tema “Il dialogo interreligioso, una via per la pace” organizzato dal locale Comitato civico per la pace e l’amministrazione comunale. Privitera ritiene essenziale che tutte le religioni dialoghino tra di loro per scongiurare il pericolo che le molte guerre locali possano condurci ad una terza guerra mondiale dagli effetti devastanti. E lo devono fare soprattutto le tre le religioni monoteistiche che hanno comuni radici: ebraismo, cristianesimo e islamismo.
Il rischio che queste tre religioni corrono è di essere strumentalizzate dalle grandi potenze in competizione per il predominio sul mondo rappresentata come un uno scontro tra la civiltà occidentale di religione giudaico-cristiana e le altre civiltà che professano altre religioni, tra le quali quella islamica. Ai vertici delle tre religioni monoteistiche c’è la consapevolezza di questo rischio come si può ben capire dall’Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia lanciato il 29 agosto di quest’anno dalla Conferenza Episcopale Italiana, Comunità Islamica Italiana, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e Unione della Comunità Islamiche d’Italia. Non si può dire altrettanto per gran parte delle comunità locali di credenti cattolici, che non pare abbiano accolto l’esortazione di Paolo VI contenuta in “Nostra Aetate – Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” del 1965 “a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, a promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valoro morali, la pace e la libertà”. Il passato al quale si fa riferimento nella Nostra Aetate è quello in cui ci sono stati “non pochi inimicizie tra cristiani e musulmani”.
Rotondo ha messo in evidenza i vantaggi del dialogo che è vittoria sulla violenza e ricerca della pace, se non scade in dibattito ideologico e si superano i pregiudizi. Per Rotondo, il metodo migliore per condurre a buon fine il dialogo è quello che parte dal volto e dall’esperienza di ognuno per conoscerci meglio. Se ci conosciamo, non abbiamo paura l’uno dell’altro e viviamo in pace. Su questo metodo per dialogare, concorda anche Abdelhafid che, ricordando Marti Luther King, ha detto che spesso gli uomini si odiano perché non si conoscono. Ha aggiunto che alla pace si giunge anche attraverso la conoscenza reciproca, comprendendo le cause dei conflitti e avendo cura degli altri.
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